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Squinzi, ultimatum a Passera «Tagli veri, basta burocrazia»

Finanza e Mercati (ANGELO CIANCARELLA)

Finanza e Mercati - ANGELO CIANCARELLA

Il neo presidente di Confindustria chiede riforme e più semplificazione Il ministro dello Sviluppo promette, ma annaspa su tasse e tempi della Pa
La madre di tutte le riforme è quella della Pubblica amministrazione.
Non solo burocrazia, anche amministrazione fiscale: dalla pressione, «zavorra intollerabile», alla chiarezza e stabilità del sistema, a un'amministrazione finanziaria da molti considerata «vero e proprio nemico», che compie verifiche e accertamenti «basati su teoremi sprovvisti di solido ancoraggio legislativo».
Sembra sconfinato il catalogo di Giorgio Squinzi, neo-presidente di Confindustria ieri alla sua prima relazione agli imprenditori riuniti in assemblea.
Ma si può riassumere in quattro punti-ultimatum al governo: riforma e debiti della pubblica amministrazione; tagli della spesa pubblica; riduzione della pressione fiscale; credito alle imprese che stanno «soffocando» e a migliaia, a decine di migliaia, sono «a rischio sopravvivenza».
Potrebbe sembrare che le critiche di Squinzi si rivolgano all'apparato pubblico, più che al governo in carica.
E invece l'esecutivo non è affatto risparmiato: non sulla riforma del lavoro, «meno utile al alla competitività del Paese e delle imprese di quanto avremmo voluto»; in molti punti «non è convincente»; e in commissione, all'ultimo momento, è stata appesantita da una delega al governo sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa, delega di cui «non si era mai parlato in quattro mesi di confronto con le parti sociali».
Di questo Confindustria - che pure evoca l'accordo interconfederale del giugno 2011; mentre il suo presidente si definisce «uomo del dialogo» - non intende affatto parlare: «Siamo assolutamente contrari a ogni imposizione per legge di forme di cogestione o codecisione».
L'ovazione dei 3mila imprenditori presenti all'Auditorium di Roma è stata inferiore solo all'omaggio tributato alla presidente uscente Emma Marcegaglia, e poi alla memoria dei magistrati Falcone e Borsellino (ricordati, con la sala in piedi, subito dopo la solidarietà a Roberto Adinolfi di Ansaldo Nucleare, e allo sdegno per la bomba di Brindisi).
Niente sconti neppure sul credito alle imprese: «alle banche e allo Stato italiano chiediamo uno sforzo aggiuntivo».
Perciò, «ministro Corrado Passera, viceministro Vittorio Grilli» - ha scandito rivolgendosi per l'unica volta ai due esponenti dell'esecutivo presenti (c'era anche il guardasigilli Severino, fino all'incarico ministeriale pro-rettore della confindustriale Luiss) - sono stati definiti «importanti provvedimenti e accordi con il sistema bancario.
Ora vanno attuati.
Con convinzione e determinazione».
I fondi della Bce «devono finanziare gli investimenti e dare liquidità alle imprese a fronte dei ritardati pagamenti della Pa».
Non solo: «bisogna utilizzare di più le grandi potenzialità della Cassa depositi e prestiti».
Non una semplice sollecitazione, perché l'intera relazione è percorsa dallo scetticismo sulla risposta della burocrazia: «Per le imprese il tempo è una variabile fondamentale.
Non è così per la Pa: ritardi nei tempi di risposta, veti irragionevoli, incapacità di comprendere le esigenze di chi deve tenere il passo della competizione internazionale».
Sono tutti «gravi ostacoli alla crescita» e tutti contribuiscono, insieme all'aleatorietà fiscale e della giustizia civile, ad allontanare dall'Italia gli investimenti esteri.
Mentre 45 miliardi di spesa pubblica sono aggiuntivi (e inutili) rispetto ai migliori esempi europei.
«Occorre un impegno serio, determinato, continuo», per ridurre la spesa pubblica.
«Non possiamo accontentarci di una spending review che sia solo una bella analisi dei tagli possibili.
Servono tagli veri».
Il ministro Passera ha provato a rassicurare: «Sul fisco sicuramente si faranno cose tangibili e positive».
E a proposito di sforzo aggiuntivo, «vi assicuro che l'impegno c'è tutto: ma il Paese si aspetta molto anche da voi, perché il benessere del paese viene anche dalle imprese».
E a una platea non ostile ma fredda ha provato a dire che «una parte delle imprese è già tornata a crescere, a esportare, a fare grandi innovazioni.
Basta fare come loro».
E comunque il governo intende collaborare, insediare una task force comune per ascoltare le proposte e mettere a punto le soluzioni.
Una promessa identica l'aveva fatta due mesi fa a Milano, alla sezione confindustriale degli imprenditori esteri.
Sarebbe stato molto più credibile se ieri avesse portato i primi risultati, a chi - attraverso Squinzi - «chiede di poter lavorare in un Paese meno difficile e inospitale, più normale, più simile agli altri Paesi avanzati».

Foto: Giorgio Squinzi



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