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Andiamo europei, è tempo di migrare
Il Mondo - Andrea Stuppini

Esodi di ritorno Sempre più giovani costretti a cercare lavoro all'estero L'ANALISI
Decine di migliaia di giovani europei sono emigrati negli ultimi anni alla ricerca di un lavoro che non riescono più a trovare nel loro Paese. La maggioranza degli spostamenti è avvenuta all'interno dell'Ue, ma la vera novità è costituita da una emigrazione che sembra ripercorrere le rotte di un secolo fa. Il Paese europeo più colpito dalla crisi, la Grecia, ha raggiunto 1,2 milioni di immigrati nel 2011, ma ora a questi si afflancano altrettanti emigrati (cresciuti con rapidità negli ultimi tre anni) e l'Ufflcio statistico ellenico ne indica le mete per importanza: Germania, Australia, Canada, Albania, Turchia. Si stima che circa 50 mila giovani abbiano lasciato l'Irlanda nel 2011, ma nel 2012 si prevede che saranno 75 mila. Il Portogallo dirige i suoi fiussi migratori verso le ex colonie: l'Angola (in espansione grazie al petrolio) contava 50 mila residenti portoghesi nel 2005 e nel 2011 sono raddoppiati, con 10 mila in più solo nell'ultimo anno. La presenza portoghese in Mozambico è cresciuta del 30% negli ultimi due anni. Ma naturalmente è soprattutto verso il Brasile che si dirigono la aspettative maggiori: 50 mila portoghesi in più solo nell'ultimo anno, circa il 10% dei nuovi immigrati nel 2011. Per quanto riguarda la Spagna, nella recente campagna elettorale il candidato del partito popolare Mariano Rajoy, che poi è divenuto primo ministro, aveva denunciato l'esodo di circa 1.200 spagnoli ogni mese verso l'Argentina. Sul fatto che il fenomeno in questione riguardi anche il nostro Paese, non ci sono dubbi: negli ultimi anni Sergio Nava ( La fuga dei talenti ) e Aldo Mencaraglia ( Italians in fuga ), solo per citare i due più noti, hanno fornito uno spaccato interessante. L'Aie (Anagrafe degli italiani all'estero) censisce coloro che prendono la residenza all'estero per più di 12 mesi. Si stima tuttavia che almeno la metà non lo faccia, mantenendo la residenza in patria, soprattutto quando lo spostamento avviene all'interno dell'Unione Europea. La cifra di circa 30 mila nuovi emigrati l'anno, negli ultimi anni andrebbe quindi raddoppiata. Nella maggioranza dei casi gli spostamenti avvengono senza la certezza del nuovo posto nel Paese di destinazione. Si utilizza quasi sempre il visto turistico di tre mesi per cercare lavoro, contando anche sulla permissività del Paese ospitante e dove possibile lavorando in nero, esattamente come gli immigrati in Italia. Né si deve pensare che il fenomeno riguardi solo il lavoro qualiflcato: per esempio, la crisi del settore edile ha prodotto un esodo di lavoro manuale dall'Europa mediterranea. Il magnete del mercato del lavoro europeo è sempre più la Germania, dove nel 2011 i nuovi immigrati residenti sono risultati quasi 170 mila, mentre nel 2010 si erano fermati a meno di 60 mila. I Paesi di provenienza confermano i dati precedenti. Per effetto del calo demograflco degli anni '90 si stima che la Germania dal 2015 avrà bisogno di 500 mila nuovi lavoratori l'anno. Quando si parla di riforma del mercato del lavoro, occorre considerare i parametri europei, dove il modello tedesco riesce a garantire salari di ingresso per i diplomati di quasi 35 mila euro l'anno e di oltre 43 mila per i laureati, contro i 20.500 e i 23.500 rispettivamente dell'Italia, mentre Francia e Gran Bretagna si collocano su valori intermedi. Se allora dei 330 mila giovani Italiani che hanno perso il lavoro in patria nel 2011, circa il 15% ne ha trovato uno all'estero, occorrerà rifiettere che tra le virtù del cosiddetto modello tedesco non c'è solo la fiessibilità esterna, ma anche quella interna alle imprese, con organizzazione del lavoro e orari fiessibili, garantiti da un sistema tripartito di concertazione e di relazioni industriali. Dentro e fuori l'Unione: portoghesi in Brasile, spagnoli in Argentina, italiani in...

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