Gli editori davanti alla sfida di Amazon: bisogna fare prestoCorriere della Sera
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dal nostro inviato CRISTINA TAGLIETTI
Mutazioni Una tavola rotonda sulla «rivoluzione della Rete» coinvolge tutti i principali gruppi. «Dobbiamo prendere una strada entro 12-24 mesi»
TORINO - Il tema è «Vivere in Rete», ma per gli editori bisognerebbe aggiungere «Vivere in Rete ai tempi di Amazon». Perché di questo hanno parlato ieri al Salone i rappresentanti dei principali gruppi italiani in una tavola rotonda che vedeva assente proprio il colosso di Seattle che, dopo una prima adesione, ha deciso di non partecipare. Nonostante un certo ottimismo di fronte ai dati sull'avanzata del digitale (e alle previsioni) snocciolati da Andrea Rangone dell'Osservatorio Politecnico di Milano e da Vincenzo Russi del Cefriel, il punto sul
futuro dell'editore
più allarmante l'ha fatto Riccardo Cavallero, numero uno di Mondadori, quando ha detto che è «pericoloso pensare di avere tempo per reagire alle sfide tecnologiche, i grossi gruppi possono cadere se non si prende una strada precisa nei prossimi 12-24 mesi. Un'azienda come Mondadori ha dei vantaggi perché opera su media diversi, ma rischia anche più di una piccola. È chiaro che un -12% del mercato librario per un grande gruppo può avere un impatto molto forte». L'editore del
futuro, secondo Cavallero, sarà più simile a un produttore teatrale: dovrà «mettere insieme un cartellone da portare sui vari
dispositivi».
La rivoluzione digitale è paragonabile, secondo Gian Arturo Ferrari, soltanto alla nascita della stampa. «Tutte le figure cambieranno, cambierà la nozione di libro. D'altronde questa rivoluzione è fatta da produttori dell'hardware (Apple) e del software (Amazon e Google) che di fatto hanno già trasformato il libro in una cosa che chiamano contenuti». Fine dell'editore dunque? «Il grosso tema è quello della disintermediazione - dice Alessandro Bompieri di Rcs Libri -. Un fenomeno come quello del self-publishing lascia intendere che si possa saltare ogni forma di mediazione. Il mercato americano dell'autopubblicazione nel 2011 è stato di 30 milioni di dollari, ma con un numero di libri enorme, alcuni dei quali hanno venduto poche copie. A parte alcuni casi eclatanti come Amanda Hocking, il vero
business lo fa Amazon che prende il 30%. E poi gli autori che emergono cercano comunque un editore che li pubblichi anche sulla carta. Il vero problema è che Amazon riesce a controllare la fase finale, quella della vendita, e questo gli dà un vantaggio competitivo».
L'editore resisterà anche secondo Stefano Mauri, amministratore delegato del gruppo Gems. «Continuerà a fare quello che fa ora: scouting e la proposta di libri sul mercato. Certo, dovrà competere non con i 60 mila titoli che ora escono in un anno in Italia, ma con qualche milione. Il rischio è che si formino posizioni dominanti, ma ci sono autorità preposte per tutelare gli editori da questo, come l'Antitrust».
Che fine faranno le librerie in tutto questo è l'altro grande tema che preoccupa gli addetti ai lavori. Cavallero non si stupirebbe «se Amazon adesso aprisse anche dei negozi fisici», Dario Giambelli delle Librerie Feltrinelli sostiene che la rivoluzione non è certo dietro l'angolo: «C'è anche un'operazione mediatica e pubblicitaria gestita in modo efficace da alcuni operatori economici. Non mi scandalizza la parola "imperialismo" riferita ai grandi player: significa solo prendere atto di fatti che hanno un impatto sociale. In realtà, i tempi di questi cambiamenti sono lunghi. Nelle librerie c'è un rapporto sociale, non solo affaristico che è ancora necessario». Anche secondo Mauro Zerbini di Ibs, il retailer online che si è appena fuso proprio con le librerie fisiche Melbookstore, «non bisogna temere l'
innovazione tecnologica ma i monopoli, anche se mi rendo conto che dal momento che chi porta l'
innovazione tecnologica è anche chi cerca di imporre il monopolio, il rischio è buttare il bambino con l'acqua sporca
».Carmine Donzelli reagisce alla «pressione digitale» con una provocazione simbolica, riempiendo lo stand di scatoloni per ricordare che la maggior parte dei libri sono ancora di carta. «Non è polemica, ma semplicemente che il supporto per me è il mezzo, non il fine. Qualunque
innovazione quando aggiunge potenzialità è benvenuta, ma vedo troppo poca
sperimentazione intorno all'ebook. A me va bene qualunque canale, ma come editore mi devo assumere la responsabilità di che cosa ci metto dentro. Quello che noi cerchiamo di fare ora è dare maggiore intensità alla qualità cartacea dei nostri libri, facendo attenzione alla grammatura, alla grafica. E poi vogliamo pensare a dei progetti digitali specifici, che abbiano senso per i nostri libri».
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Foto: Ieri primo giorno del Salone (Ansa)
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