MF
Non più dello 0,7% del pil viene investito in ricerca e sviluppo
In Italia ci sono ancora pochi
laureati e a differenza degli altri Paesi dove, a fronte di una generale contrazione dell'
occupazione, non cresce la quota degli occupati con alta qualifica.
È un ritardo che ha radici profonde e che purtroppo si sta accentuando in un periodo di crisi economica.
Nel nostro Paese i
giovani sono pochi e per di più poco scolarizzati.
«Ancor oggi», si legge nell'annuale rapporto di Almalaurea, «il confronto con i paesi più avanzati ci vede in ritardo: 20
laureati su 100 di età tra 25 e 34 anni contro una media dei paesi Ocse di 37 (mentre in Germania sono 26 su 100, negli Stati Uniti 41, in Francia 43, nel Regno Unito 45, in Giappone 56)».
Un ritardo cronico: nella popolazione di 55-64 anni, praticamente l'attuale classe dirigente, a partire dalla politica, sono
laureati dieci italiani su 100 (vedi articolo nella pagina precedente), metà di quanti ce ne sono in Francia, mentre negli Usa sono 41.
E questa situazione riguarda seppure su valori diversi (ma in graduale miglioramento) anche imprenditori e dirigenti, pubblici e privati.
Come sostiene il direttore di Almalaura, Andrea Cammelli, i numeri dimostrano come nel nostro Paese s'investa ancora troppo poco in formazione e scolarizzazione: ancora oggi, il 75% dei
laureati di primo livello porta a casa un titolo di studio che mai prima era entrato in famiglia.
Molto consistente anche la popolazione di lavoratori adulti
laureati, valutabile attorno ai 2,6 milioni di età compresa far i 35 e i 54 anni, che necessiterebbe di formazione indispensabile per aggiornare le proprie conoscenze superate dall'evoluzione generale del sistema produttivo.
Il ritorno sui banchi delle università di questa fascia di
laureati per l'acquisizione di nuove competenze trasversali potrebbe essere un'ottima occasione per rispondere positivamente alla domanda che viene dalle aziende.
C'è poi un'altra contraddizione: nonostante da noi i
neolaureati siano pochi, nel contempo sono poco richiesti.
Secondo un'indagine ExcelsiorUnioncamere sui fabbisogni
occupazionali delle imprese italiane (che non comprende il settore della pubblica amministrazione) cresce il peso dei
laureati sul complesso delle assunzioni previste (74 mila nel 2011, pari al 12,5%) ma siamo ancora lontani dai livelli degli altri paesi industrializzati: basti pensare che negli Usa per il decennio 2008-2018 il fabbisogno stimato di
laureati è pari al 31% delle nuove assunzioni.
Ce poi un altro elemento determinate: le caratteristiche delle imprese: la domanda di
laureati aumenta al crescere sia del contenuto tecnologico delle produzioni sia del livello di istruzione degli imprenditori, ed è inferiore nelle imprese a gestione familiare.
In particolare, le imprese con titolari in possesso della laurea occupano il triplo di
laureati rispetto alle altre imprese.
Secondo i ricercatori di Almalaurea, il ridotto livello d'istruzione della popolazione adulta italiana, è alla base della scarsa propensione agli investimenti in formazione.
È stato, per esempio, osservato che nelle aziende dove ai vertici ci sono
laureati è più consueta l'assunzione di personale con formazione universitaria.
In generale i dati Eurostat segnalano che il deficit nei livelli di istruzione è particolarmente accentato nel settore privato, dove la quota di occupati in possesso solo del titolo della scuola dell'obbligo è in Italia circa il doppio di quella media dell'Europa a 12.
«Sottovalutazioni», è il commento dei ricercatori, «e poca lungimiranza, cui non è estranea una colpevole logica autoreferenziale del sistema universitario, si sono tradotte nella modestia delle risorse destinate a istruzione superiore e ricerca.
Sull'uno e sull'altro versante il nostro Paese investe quote di pil assai inferiori a quanto vi destinano i principali competitori a livello mondiale».
Fra i 31 paesi dell'Ocse, il finanziamento italiano, pubblico e privato, in istruzione universitaria è più elevato solo di quello della Repubblica Slovacca e dell'Ungheria (l'Italia destina l'1% del Pil, contro l'1,2 della Germania e del Regno Unito, l'1,4 della Francia e il 2,7 degli Stati Uniti).
Né le cose vanno meglio nel cruciale settore della Ricerca e Sviluppo; il nostro Paese, nel 2009, ha destinato ad esso l'1,26% del Pil, risultando così ultimo fra i Paesi europei più avanzati (Svezia 3,62%, Germania 2,82%, Francia 2,21%, Regno Unito 1,87%).
In un settore come questo, cruciale per la possibilità di competere a livello internazionale, è debole anche l'apporto proveniente dal mondo delle imprese.
In Italia il concorso del mondo imprenditoriale è pari allo 0,67% del pil, poco più della metà dell'investimento complessivo, e molto meno di quanto non avviene nei Paesi più avanzati.
(riproduzione riservata)
Foto: Andrea Cammelli