QUEGLI INUTILI PEZZI DI CARTAMF MF
Più di due milioni i giovani che non studiano né lavorano
La novità più importante della riforma Fornero, per quanto riguarda l'ingresso sul mercato del lavoro, è che l'apprendistato sarà l'unica modalità di accesso.
Se così sarà, ciò significa per esempio che gli stage, che tanto piacciono alle imprese perché costano poco e sono flessibili, e molto meno a chi li fa per i motivi esattamente opposti, saranno destinati ad altro.
Ma in che quadro s'innesta la riforma del mercato del lavoro? «Si parte da alcune tristi conferme», esordisce il professor Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea.
«Prosegue il calo dell'occupazione, il lavoro è meno stabile, diminuiscono gli stipendi.
E poi, il problema dei problemi, non s'investe abbastanza sui giovani, nella loro formazione, nella conoscenza del mondo del lavoro.
Nel periodo 2004-2010 tutti i Paesi europei, compresa la Spagna, hanno investito nell'alta formazione più dell'Italia.
Io penso che questo handicap strutturale, che precede la crisi economica del 2009, sia dovuto anche al fatto che la nostra classe dirigente sottovaluta l'importanza degli investimenti in istruzione e ricerca.
Forse anche perché solo il 10% di questa classe dirigente possiede una laurea, contro una media dei Paesi Ocse (l'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, a cui aderiscono i Paesi più industrializzati) del 22%.
I numeri parlano chiaro: se in Italia in istruzione si spende 100, in Spagna si arriva a 174 e in Germania (a 204) più del doppio.
Le nostre aziende investono in ricerca un terzo delle concorrenti estere.
E non è sempre questione di soldi», prosegue Cammelli.
«Tanti nostri piccoli imprenditori, anche a costo di mettere a rischio la crescita dell'azienda, sono riluttanti a mettersi a fianco un laureato perché hanno paura che questo tolga loro il controllo.
Altro che università che non formano! Come si spiegherebbe altrimenti la fuga dei cervelli? Perché le aziende italiane non assumono all'estero le figure professionali che non si troverebbero in Italia, allo stesso modo di come si è fatto con gli infermieri?».
La tendenza, perlomeno in Europa, vede comunque un aumento significativo dei lavori con qualifica medio alta.
In un'elaborazione del Confindustria Education Center, diretto da Claudio Gentili, emergono alcuni dati interessanti: se nel 1996 gli occupati con qualifica medio-alta erano il 20,9%, si prevede che nel 2020 saranno il 31,4%, con una parallela diminuzione delle qualifiche basse (dal 32,9% del 1996 al 18,6% del 2020).
La competitività si difende in larga misura con la formazione, soprattutto quella tecnico-scientifica.
Rispetto a 15 anni fa il numero dei laureati è raddoppiato (dal 6 al 12%) ma siamo ancora lontani dai livelli di Paesi come la Germania che arriva a quota 22%.
Soprattutto, in Italia ci sono 40 mila laureati «inutili», o per meglio dire che non hanno mercato, a fronte di 40 mila laureati che servirebbero e che non ci sono.
Uno «strabismo», come lo definiscono i ricercatori di Confindustria, che ha radici lontane: mentre l'impresa raddoppia i tecnici (in 15 anni siamo passati dal 12,9% al 22% sul totale degli occupati), al contrario, la scuola li dimezza (nel 1990 gli istituti tecnici erano il 46,6% del totale, nel 2010 il 33,5% mentre i licei, che nel 1990 erano il 31,3% oggi sono il 41,5).
Il risultato di questo appiattimento dell'istruzione su un bagaglio di conoscenze generiche non è tanto la disoccupazione giovanile e nemmeno i «bamboccioni», come Tommaso Padoa Schioppa descrisse gli eterni adolescenti sempre a casa dei genitori, quanto gli scoraggiati, dei giovani Neet come li definisce lo studio di Confindustria Education, cioè quei ragazzi che non studiano e nemmeno lavorano, e che hanno preso il sopravvento sui Yeet (quelli che lavorano e studiano).
L'Italia è leader mondiale di questa poco invidiabile classifica, con il 24,5% (la Germania è al 17, l'ultima è l'Islanda con il 6,9%).
In termini numerici, in Italia, i giovani Neet tra i 15 e 29 anni sono più di 2 milioni.
È questa la sfida da vincere.
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