Come produrre buoni laureatiLa Repubblica (UGO MARANI) La Repubblica
- UGO MARANI
Le idee
LA STRUTTURA dell'istruzione universitaria meridionale è spesso oggetto di critiche; talune, di certo, ingenerose, altre forse fondate, ma che meriterebbero, tuttavia, maggiori approfondimenti.
Cominciamo dalle prime, ovvero dalle colpe che il nostro sistema non ha.
Quando si discute della performance delle istituzioni che modellano le caratteristiche e le qualità dell'offerta di lavoro, in altre parole di chi mette a disposizione della struttura produttiva competenze e formazione, spesso si desumono pregie difetti a prescindere dall'andamento della domanda di lavoro da parte del sistema.
Il che è un errore marchiano.
Ne segue che, per analizzare la bontà della performance delle università meridionali nell'ultimo quadriennio, è necessario fare la tara della contrazione della domanda di laureati che è seguita alla propagazione della crisi internazionale.
Le ripercussioni sono rimarcate, con dovizia d'informazioni statistiche, anche dal dicastero della Commissione europea per l'occupazione e l'inclusione sociale, il quale testimonia l'esistenza di estese asimmetrie e di vulnerabilità specifiche.
I riflessi più negativi si sono manifestati nelle regioni a minor convergenza, erodendoi tassi di occupazionee di attività giovanile, specie quella femminile e incrementando le forme contrattuali più precarie.
n una simile cornice, la relazione tra università meridionali e mondo del lavoro non poteva non essere compromessa: è indicativo che, analizzando la condizione occupazionale dei laureati al 2011, Almalaurea identifichi, dal versante accademico, le medesime peculiarità e vulnerabilità riscontrate nelle analisi della Commissione europea.
Riferendosi ai laureati, sia di primo sia di secondo livello, delle università meridionali, Almalaurea rileva un incremento, superiore a quello degli anni passati, del tasso di disoccupazione; la diminuzione, tra i laureati occupati, del lavoro stabile e, per converso, l'aumento delle forme contrattuali non standard, del lavoro parasubordinato e del lavoro nero; una contrazione, infine, del potere di acquisto della prima retribuzione di oltre il sei per cento.
Alla luce di tutto ciò è dunque necessario rivedere talune sentenze che sono state pronunciate sulla presunta inefficienza delle università meridionali, e di quelle campane in particolare che ne sono magna pars.
Se la domanda di lavoro non tira, l'università è destinata, di fatto, a sfornare disoccupati frustrati, quale che sia il livello di sapere e di competenze che essa avrà impartito ai suoi discenti.È superficiale, forse, meravigliarsi anche della migrazione degli studenti verso università del Centro-Nord, una volta conseguita la laurea triennale in Campania: chi può permetterselo si avvicina, durante il compimento dei propri studi, a un mercato di sbocco meno asfittico.
Questo, per amore di verità.
Ma perplessità proprie sull'accademia del Sud si vanno delineando a cause di scelte che potrebbero esitare in distorsioni che non potranno essere più giustificate dalle manchevolezze del mercato del lavoro.
A seguito di uno sciagurato riordino della struttura universitaria nazionale, contrabbandata agiograficamente come una riforma storica, gli atenei sono chiamati a rimodellare la propria struttura organizzativa interna e l'offerta didattica.
Scompaiono le facoltà e si rinforza, si fa per dire, la struttura dipartimentale.
A ben vedere, questi sono fenomeni che poco interessano la popolazione studentesca, se non per le implicazioni che essi hanno sui contenuti formativi delle lauree.
E i contenuti delle lauree saranno, di fatto, influenzati dalle modalità con le quali le università meridionali recepiranno i nuovi criteri che informeranno la concessione di fondi (scarsi) da parte del ministero.
In altri termini sarà fondamentale la scelta del modello formativo che le università, nella loro mutazione organizzativa, sceglieranno.
La stessa Almalaurea ritiene che questo sia il problema.
Le università meridionali dovranno scegliere tra una formazione tendenzialmente "generalista" e una "tecnicistica".
È più utile formare un giovane duttile che sia in grado di rispondere con prontezza ai mutamenti delle specializzazioni e delle tecnologie o un laureato iper-professionalizzato capace di rispondere subito a requisiti di high skill del mercato? Il secondo modello ha di certo più appeal: merito e eccellenza ne costituiscono le parole chiave, selezione darwinianae studenti eletti il retroscena, in tutta coerenza con un sistema di valutazione che su tali ambigui paradigmi sta fondando la concessione dei fondi pubblici.
Dunque un modello sicuro nei rapporti con l' establishment, visto forse con simpatia in alcuni nostri atenei, riottoso a farsi carico, se non per le eccellenze, dei fenomeni che la Svimez ci segnala sull'universo studentesco della società campana: l'allargamento tra gli inattivi, i Neet, di nuove fasce di laureandi e la contrazione drammatica dell'accesso dei diplomati alle università.
La verità è che la Campania ha bisogno non tanto di pochi super-laureati quanto di molti buoni laureati.
A oggi i giovani tra i trenta e i trentaquattro anni forniti di un titolo di studio terziario sono, nella nostra regione, poco più del 12 per cento contro il 20 dell'Italia, il 33 dell'Europa a ventisette paesi, il 43 e oltre di Germania e Regno Unito.
Non tener conto di tali dati è come vagheggiare nuove, e questa volta vere, cattedrali (del sapere) nel deserto.
Download PDF