Un altro bluff sui debiti della PaMF
-
Andrea Bassi
PASSA LA NORMA DEL DL FISCALE CHE DÀ LA POSSIBILITÀ DI CEDERLI CON CLAUSOLA PRO SOLVENDO
Le imprese per vendere il credito dovranno garantire alle banche la solvibilità dello Stato. Intanto salta la black list degli evasori
Più che un gioco di specchi, ormai è un continuo arrampicarsi sui medesimi. E tutto per non far emergere un debito dello Stato, per ora tenuto fuori dal bilancio pubblico in quanto qualificato ai fini Eurostat come commerciale, che secondo le stime più attendibili sfiora i 100 miliardi. Ieri in Senato, dove è in discussione il decreto di semplificazione fiscale, è stata approvata l'ennesima norma che, almeno a parole, dovrebbe aiutare le imprese a rientrare di una parte dei loro immensi crediti verso lo Stato. L'articolo estende la possibilità, già prevista per gli enti locali, di certificazione e cessione dei crediti, anche alle amministrazioni statali. Ma il trasferimento del credito nei confronti dello Stato, precisa la norma, potrà avvenire anche pro solvendo. Significa che la banca nel caso in cui non incassi i soldi nei tempi stabiliti, potrà chiederli direttamente all'impresa che poi dovrà rivalersi sullo Stato. Una soluzione che per esempio, non piace a Paolo Buzzetti, presidente dell'Ance, l'associazione dei costruttori, una delle categorie che più lamentano i ritardi nei pagamenti della
pubblica amministrazione. Per Buzzetti si tratta di una norma «che scarica tutti gli oneri e le responsabilità sulle imprese», senza considerare che questa soluzione «va contro i propositi, che il governo ha pubblicamente manifestato, di voler trovare risposta al grave problema dei ritardati pagamenti». Con la cessione pro solvendo, insomma, il compito più difficile, quello della riscossione rimane in capo alle imprese. Così facendo, tuttavia, il governo è riuscito ad andare incontro alle indicazioni della Ragioneria generale dello Stato, preoccupatissima che Eurostat possa riqualificare il debito commerciale in debito finanziario, facendo emergere, come detto, altri 100 miliardi di stock attualmente fuori bilancio. Nella relazione che accompagna l'emendamento approvato ieri, Mario Canzio ha assicurato che «l'istituto della certificazione non è suscettibile di generare crediti ulteriori rispetto a quelli già esistenti» e che «dalla certificazione non deriva, di per sé, alcuna ristrutturazione delle posizioni debitorie oltre il termine temporale di 12 mesi». Dunque, ha aggiunto ancora Canzio, l'allargamento della certificazione dei crediti verso le amministrazioni statali non determina la trasformazione dei debiti commerciali in debiti finanziari. Pertanto, si legge nella relazione, la norma non determina effetti finanziari. Il che, tradotto, significa che risorse aggiuntive per saldare i propri debiti il governo non ha intenzione di stanziarne. Le imprese potranno anche trasferirli alle banche garantendo a queste ultime il pagamento, ma lo Stato procederà al saldo delle fatture con i suoi tempi. Lunghi, ovviamente. Per ora, dunque, gli unici fondi per il pagamento dei debiti commerciali, sono quelli stanziati con il decreto liberalizzazioni. Ma anche qui c'era, per così dire, il trucco. Dei circa 6 miliardi di euro messi sul piatto dal governo, solo 2 miliardi sono effettivamente costituiti da risorse fresche con l'emissione di Bot e Btp. Il resto arriverà dalla contabilità 1778 dell'Agenzia delle entrate, quella dove transitano i soldi per i rimborsi di imposta ai contribuenti. Una partita di giro, insomma. La giornata di ieri nelle Commissioni finanze e bilancio del Senato, dove era in discussione il decreto fiscale, è stata particolarmente movimentata. Uno dei due relatori, Mario Baldassarri di Fli, ha annunciato un esposto contro la Ragioneria generale dello Stato, accusandola di «palesi falsi e giudizi politici» nelle note inviate alle Commissioni sugli emendamenti presentati dal suo gruppo e che contenevano norme per l'abbassamento della pressione fiscale. Dichiarazioni che hanno scatenato un putiferio, con la Lega Nord che ha subito chiesto un chiarimento al governo. Durante l'iter in Commissione, comunque, sono state corrette alcune norme che nei giorni scorsi avevano scatenato un lungo dibattito. Come, per esempio, quella sulle black list degli evasori che affidava all'Agenzia delle entrate il compito di effettuare accertamenti prioritari sui commercianti che erano stati segnalati ripetutamente e in forma non anonima per la mancata emissione degli scontrini fiscali. Un dietrofront accolto con soddisfazione dalla Confcommercio. «La riformulazione della previsione del decreto fiscale circa l'elaborazione, ai fini della pianificazione degli accertamenti, di liste selettive di contribuenti interessati da segnalazioni non anonime di violazioni degli obblighi di emissione di ricevuta o scontrino fiscale», hanno spiegato i commercianti in una nota, «costituisce un utile avanzamento di un rafforzato impegno per il contrasto e il recupero dell'evasione, che si sviluppi in un quadro di giuste garanzie per i contribuenti in regola». Infine è slittato di un mese (fino a giugno) l'obbligo per le amministrazioni di non versare in contanti pensioni e stipendi oltre i 1.000 euro. (riproduzione riservata)
Foto: Mario Canzio
Download PDF